ROMA IN TAXI: MAGGIO 2002



IN COPERTINA: VINCENZO CANTATORE & ALMA STIHL


ZOOM: AMICI ANIMALI

Le famiglie italiane con un cane sono 6,8 milioni, ma sfortunatamente spesso quando arriva il tempo di vacanze gli animali domestici spesso diventono un peso. E così, che ogni anno vengono abbandonati circa 200 mila animali, quasi esclusivamente cani, ogni estate, da proprietari poco disposti a condividere la pausa estiva con il proprio gatto o il cane. E la sorte che spetta ai nostri amici a quattro zampe non è delle migliori. Di questi 200 mila animali lasciati al loro destino ogni anno, oltre 150 mila muoiono di fame, di sete o in incidenti stradali, mentre circa 50 mila sono destinati ad una vita in prigione nei canili o ad essere torturati nei laboratori. L'abbandono degli animali domestici è la conseguenza di mancanza di rispetto. Tenere in casa un gatto o un cane comporta oltre alla gradevole compagnia anche e soprattutto responsabilità e sacrifici. Per evitare che il fenomeno si ripeti ogni anno oltre a sanzioni e pene più severe, è necessario sensibilizzare e educare sia i figli che i genitori. Gli animali non sono e non devono diventare un giocattolo. Ad oggi oltre il 30% delle strutture ricettive si è "convertito" all'animalismo ed è aperto anche per gli amici a quattro zampe. Spesso, infatti, l'animale finisce travolto e ucciso, e conseguentemente può causare incidenti automobilistici anche gravi. Secondo una ricerca dell'Università La Sapienza di Roma, i cani senza controllo sono oltre 880mila, concentrati soprattutto sulla dorsale appenninica, dalla Toscana in giù. Le regioni con il maggior numero di cani vaganti sono la Campania, la Puglia e la Calabria. La Campania detiene anche il poco invidiabile record della massima densità di randagi: 5 per ogni chilometro quadrato. Il problema dell'abbandono è drammatico anche al Nord. Per i cani, la legge 281 del 1991 prescrive l'obbligatorietà dell'iscrizione all'anagrafe canina e del tatuaggio. Solo così, sia in caso di smarrimento sia in caso di abbandono, si può risalire al proprietario dell'animale vagante. Ma il 50% degli italiani che possiedono un cane non rispetta la legge! I diritti degli animali devono essere rispettati ed in Italia sono difesi da 450 enti che ogni giorno lottano perché si possa finalmente non vedere più cani e gatti randagi, abbandonati o diventare cavie da laboratorio!


SHOPPING: FENG SHUI. BIOENERGETICA E SPAZIO

A chi non è capitato di godere dei benefici influssi di un luogo, di desiderare di permanervi o ritornarvi, per prolungare il senso di giovamento che se ne è tratto? E a chi, invece, non è successo di uscire da una casa sentendosi stanco, intorpidito, confuso, deprivato di qualcosa piuttosto che arricchito? Chi si è interrogato sui diversi influssi che il mondo esterno può esercitare sulla dimensione interiore ha certamente dedotto che l' armonia o la disarmonia di un ambiente nasce dalla combinazione di oggetti, materiali, forme, colori e profumi e dalla sapienza e cura con cui sono stati scelti, abbinati e disposti.

Già 3000 anni fa i Cinesi fecero appello alla loro saggezza per risolvere questa possibile contraddizione, per imparare a vivere meglio e trarre consiglio dallo spazio intorno a noi. Non si limitarono ad osservare, ma svilupparono una vera e propria disciplina, ricca di regole e dettami, che ben si innestava nella cultura energetica della filosofia taoista: il FENG SHUI, ovvero l'ARTE DI VIVERE IN ARMONIA CON LE ENERGIE DELLA NATURA. In sintesi: tutte le cose nel cosmo possiedono e promanano energia e, per vivere in armonia con essa , l'uomo deve percorrere la "giusta via". A tal proposito il Feng Shui può venir definito come ambiente-terapia o bioenergetica dello spazio. Il suo ideogramma si traduce letteralmente "vento e acqua", due elementi che interagendo tra loro possono condizionare la natura di un luogo e modificarla. Nella tradizione cinese la pratica del Feng Shui favorisce l' armonia tra moglie e marito, salvaguarda la salute, attira l'abbondanza  e la prosperità e contribuisce a tenere alto il nome della famiglia, nonché a garantire una discendenza numerosa. Nel campo lavorativo, una scelta accurata dei locali e dell' arredamento può aumentare il peso decisionale, favorire le occasioni di crescita, attirare i clienti, aumentare i profitti ed allargare il giro di affari. Tutto sta nel lasciar fluire l'energia positiva, il CHI, che con un'espressione colorita i cinesi chiamano "il respiro cosmico del drago", e respingere lo SHA, l'energia negativa. Attraverso l'uso di una complicatissima bussola gli esperti organizzano la casa: su di essa sono indicati cinque punti cardinali, ognuno con il nome di una stagione. La Primavera, copre l'est ed il sud-est, là dove nasce il sole: in questa direzione devono essere orientate le stanze ed il mobilio dove si svolgono attività decisionali, di crescita, di risveglio o di rinascita come camere da letto, studi etc. L'Estate, ossia il sud, è la posizione che devono avere i luoghi di intensa attività, di gioia e divertimento e, quindi, di dispersione energetica. Per queste stanze il colore più indicato è il rosso. La Tarda Estate è in realtà il sud-ovest, luogo di "abbondanti raccolti" in cui coltivare simpatie ed amicizie con equilibrio, soprattutto se il colore dominante è il giallo. L'Autunno, cioè il punto cardinale dell'ovest, è indicato per i luoghi di transizione, per zone di passaggio come ingressi e corridoi che è meglio dipingere ed arredare in bianco. E per finire l' Inverno che indica il nord cioè dove l'energia viene riassorbita dalle radici verso l'alto: in questa direzione, possibilmente, stanze ove prevalga il colore blu. Una particolare attenzione va prestata ad ingressi e finestre, a scarichi e rubinetti, a spigoli e colonne che posso fare entrare, uscire o frantumare l'energia di una casa. Queste poche nozioni sono solo una modesta introduzione ad un'arte millenaria, perché il Feng Shui è questo e molto altro. Oggi, soprattutto, fuori dai confini della Cina, c'è un interesse crescente per questa disciplina e molti architetti occidentali ne applicano i dettami  nella pianificazione di nuovi edifici. Basti pensare che già Vitruvio, lo storico romano del I sec. d.C., nel suo "De Architectura" coniugava la teoria greca della porzione aurea a quella più orientale che sosteneva che un corretto orientamento nello spazio di un edificio ne può aumentare la funzionalità. Per noi occidentali, il consiglio è sempre quello di rivisitare la cultura orientale per coniugarla con la nostra. Chi è interessato al Feng Shui, non si dimentichi la diversa percezione del magnetismo terrestre dei geomanti e dei rabdomanti e che il nostro continente può trarre consiglio da quest'arte solo nella consapevolezza di vivere ad un'altra latitudine, ad un'altra longitudine e sotto un altro cielo.


SHOPPING: CRAVATTE... NODI DI ELEGANZA

Una cravatta ben annodata è il primo passo importante nella vita (Oscar Wilde).

Circa 600 milioni di uomini nel mondo si uniscono ogni giorno in un gesto meccanico ed abituale: il nodo della cravatta. Scomoda, elegante, inutile, dovuta o superflua, è comunque un indispensabile tocco di eleganza intramontabile. Ma dove e quando è nato questo fascino immortale che riesce a soddisfare la vanità maschile? Sembra che le origini risalgano al lontano 1692, nella piccola cittadina belga di Steenkerke. In quell'anno, gli inglesi attaccarono di sorpresa le truppe francesi. Gli ufficiali non ebbero il tempo di vestirsi in modo adeguato e si legarono al collo la sciarpa dell'uniforme infilando le estremità nelle asole della giacca. Ma, se si pensa alle antiche sculture egiziane, al collo dei faraoni comparivano ampi collari di metallo e pietre preziose; fino ad arrivare ai guerrieri cinesi che portavano una sciarpa colorata ripiegata. Ai tempi di Luigi XIV, invece, i croati suscitarono la curiosità dei francesi con le loro "cravates", dal croato "hrvat", ovvero leggére sciarpe colorate. E nel XIX secolo, la cravatta si diffuse come capo d'abbigliamento ed entrò definitivamente nel guardaroba maschile. E' difficile invece comprendere quale simbolo rappresenti la cravatta: forse è un'arma di sicurezza, un modo per mostrare se stessi, la propria personalità, essendo un indumento estremamente visibile ed accattivante. Ne sono state realizzate di tutti i tipi, in vari materiali: alluminio, legno, plastica, perline, pietre, vetro. Ma la vastità e varietà di tessuti, fantasie e nodi, può rendere questa striscia di stoffa un capo unico, inimitabile, che riesce a rispecchiare l'umore e le caratteristiche di chi lo indossa. 

I nodi da applicare sono numerosi e in base alla quantità e qualità di stoffa utilizzata, le forme ottenute ripercorrono secoli di storia della moda. Shrinker: nodo molto stretto, dal nome dello psicanalista B. Shrinker (strizzacervelli). Bottiglia: nodo piccolo, gamba larga (la sagoma della cravatta è quella di una bottiglia). Regate: una parte alta cinge il collo, le gambe sono larghe. Big-ben: è il primo esempio di cravatta simile all'attuale. Inglese: introdotta negli anni 30/50, era il simbolo dell'eleganza. A sbuffo: nodo facile, fatto con una cravatta grande e pesante di seta. Tyrol: ispirato alle cravatte dell'Alto Adige (la cravatta è larga, tagliata a mezzo rombo, simile all'ascot) . Ribbon: fatta con nastro per le decorazioni e le medaglie. HomeSpun: cravatta di tessuto in maglia, usata in Inghilterra alla fine dell'800. Cricket: cravatta leggera con nodo tondeggiante, simile a una palla da cricket. Chanel: è la classica cravatta femminile, ampia come un foulard, pieghe del plisse e larga come una sciarpa. Prince Albert: il nodo molto grosso viene usato ancora oggi, la gamba viene passata due volte intorno alla gambetta. Onassis: la gamba grande viene fatta passare dietro il nodo e fatta ricadere in avanti per dare l'impressione di maggiore ampiezza . Windsor o Scappino è il nodo più usato oggi. Scappino Piccolo: si usa la stessa tecnica, ma la cravatta è più stretta e in tinta unita . Americano: cravatta introdotta dagli Americani negli anni 60-70, di larghe dimensioni, con colori vivi. Oggi i nodi più utilizzati sono: il nodo semplice, il doppio semplice, il Christensen, Half Windor, il Windor e il Manhattan.


ARTS: DAL FUTURISMO ALL'ASTRATTISMO

La pur contenuta mostra (80 opere), in svolgimento nel Museo del Corso, a Roma, fino al 7 luglio, vuole documentare 40 anni di attività, durante i quali il futurismo (non più "primo", "secondo" o "terzo", ma solo futurismo) ha aperto la sua visione al mito del moderno, "per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali", come aveva dettato il manifesto marinettiano di fondazione. Nello stesso tempo la rassegna vuole dimostrare che il futurismo ha riportato la tradizione astratta italiana su basi antitetiche al mito manieristico della natura. Infatti il futurismo, senza perdere il contatto con l'atto conoscitivo della realtà e senza smarrire il senso della continuità dell'originario, ha registrato nel divenire della materia la compenetrazione tra quello che si vede e quello che si ricorda, orientando di volta in volta e con intuizioni innovative  - dopo i precorrimenti teorici-  la Koiné espressiva di quattro generazioni di artisti. Nella "ricognizione che questa mostra propone –sostiene giustamente Crispolti, suo curatore- va riconosciuta la dialettica di posizioni divers, riscontrabile entro il succedersi di situazioni che ha caratterizzato le vicende della ricerca artistica  in Italia, appunto entro  il versante non-figurativo" o semifigurale, in considerazione che l'arte futurista non è mai antirealistica e si attiva piuttosto nella direzione concettuale e formale che non in quella rappresentativa. D'altra parte un'indagine critica così ampia non può, per il tempo che copre, non guardare alle differenti caratterizzazioni degli artisti, anche per non escludere la continuità dei vari momenti e per non ritenere le contrapposizioni dialettiche un intoppo al percorso di avanguardia dell'arte italiana. 

La mostra nel suo complesso mira infatti a segnalare i vari percorsi conseguiti durante le stagioni della ricerca, non escludendo d'altronde il confronto con i movimenti europei. Si riscontra così che gli sviluppi della ricerca plastici-visiva futurista ha variamente interessato nel tempo la spazialità aerea, cosmica e siderale (Prampolini,Dottori,Deper) e le infinite analogie del mécanisme (Pannaggi e Paladini, Fillia e Veronesi); il purismo astratto e il concretismo, passato attraverso la pratica costruttivista (Marasco e Magnanelli, Diulgheroff ed Evola, Licini e Melotti), nonché la scoperta dello spazialismo (Fontana, Crippa); l'influenza del segno nella comunicazione dopo le parolibere marinettiane (Munari e Belloli, Capogrossi e Accardi) e il ritorno alla gestualità (Scialoja); le diverse testimonianze dell'informale (Burri, Dorazio,  Vedova). Nella sommaria indagine non può sfuggire che se l'identificazione del termine di "astratto" si deve a Balla, Pettoruti e Severini; l'avviamento della pratica d'arte in termini non-figurali è da cercare nelle modulate geometrie di Balla, nate dall'analisi della luce ("Compenetrazioni iridescenti del 1912), nonché dall'intima tensione degli ingranaggi di macchine simboliche, posti in rapporto col tempo che passa ("Velocità astratta" del 1913) e perciò in grado di superare l'accidentalità imitativa. D'altra parte rivestono un carattere decisamente "astratto" i vari motivi pittorici di Boccioni sul dinamismo del corpo umano e soprattutto sul tema sculturale dello "Sviluppo di una bottiglia nello spazio" (1913), in quanto tesi non già al rilievo dell'oggetto-corpo, che si allarga nell'ambiente circostante (senza peraltro perdere - nello spazio -  il suo peso specifico e strutturale), ma allo svolgimento del movimento spiralico della "bottiglia", che si espande nell'ambiente, "per cui il vero protagonista non è in sostanza l'oggetto, ma tutto il movimento delle linee-forza, inteso come movimento universale" (G. Ballo). E' questa la premessa dialettica che ha portato il movimento astrattista italiano ad assumere un'autonomia di poetica solo in tempi molto più lontani rispetto alla nascita e allo svolgimento dell'arte astratta in Europa. Del resto il "padre mondiale dell'astrattismo", Piet Mondrian - che Ragghianti riteneva "non estraneo all'incentivo futurista" - ha lealmente riconosciuto che, anche in sede europea, "la via verso la creazione del ritmo libero universale è stata, sì, preparata da vari movimenti, ma primo fra tutti è da porsi il "futurismo".

Dal 13 Aprile al 7 Luglio 2002. Museo del Corso, Via del Corso 320 - Roma.


ARTS: IL TRIONFO DEL COLORE

Aperta al pubblico fino al 23 giugno, in Via del Corso 418, presso la sede della Fondazione Memmo, la mostra "Il trionfo del colore. Collezione Carmen Thyssen Bornemisza. Monet, Van Gogh, Gaugin, Toulose-Lautrec, Matisse, Kandisky", a cura di Tomàs Llorens, direttore del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid.

Dieci anni dopo l'esposizione, nella stessa sede romana, della collezione del barone Thyssen-Bornemisza, il discorso delle grandi collezioni private, capaci di riunire, proteggere e rendere fruibili opere destinate, altrimenti, alla dispersione e all'oblio, continua. La storia vuole che la famiglia Thyssen-Bornemisza, grazie alle ricchezze accumulate nell' industria siderurgica, sia riuscita a mettere insieme diverse collezioni di cui la più importante, acquistata nel 1993 dal Regno di Spagna, è oggi custodita in un apposito museo a Madrid. Attraverso circa sessanta dipinti e otto sale tematiche, si può ripercorrere la strada individuata dagli artisti, a cavallo tra ‘800 e ‘900, verso la modernità. Il percorso espositivo è stato impostato sulla trasformazione della nozione del gusto, una nuova categoria estetica fondata sull'esperienza soggettiva dell'arte, ma anche sui legami sociali con un'epoca ricca di trasformazioni tecnologiche. Il percorso prende il via con un grande precursore, qual è Goya, e alcuni dei suoi seguaci, Lucas Velàsquez, Fortuny e Zuloaga che già a metà del XIX secolo avevano interpretato un crescente gusto per il pittoresco a sfondo sociale, attraverso un' attenzione specifica per l'uso di colori come il rosso e il nero, dotati di una sorprendente forza espressiva. Si passa poi ai paesaggi paradisiaci dell'America di Albert Bierstat, Alfred Thompson Bricher o Martin Johnson Heade, tanto sconosciuti in Europa quanto stimati e venerati nei confini statunitensi, veri e propri artisti-pionieri, che attraverso riproduzioni fedeli, hanno contribuito agli studi botanici e zoologici dell'epoca. La terza sala segue il tema della natura , vista, sentita ed interpretata, nella sua dimensione rurale, da artisti francesi del calibro di Corot, Daubigny o del giovane Van Gogh. Tale pittura di ispirazione naturalista , dove il ruolo primario  della luce, del colore e di una nuova tecnica costituisco le premesse dell' Impressionismo. Nella mostra sono presenti dipinti di Monet, Pisarro, Renoir, Boudin e Guillaumin. Il percorso espositivo segue anche la via tracciata da quegli artisti che, in maniera autonoma, hanno interpretato il colore e la luce nella scia del post-impressionismo. Tra di essi Gauguin, del quale sono presenti quattro dipinti di notevole pregio. Alcune opere, poi, raccontano l'esperienza fauve, degli artisti-belva che pongono l'accento sul loro stato d'animo nel momento della produzione, piuttosto che sul soggetto rappresentato , mentre l'astrattismo di Delauny e di Kandisky, liberata l'arte dai suoi compiti descrittivi e formali, chiude la mostra. Con la perdita di un valore strettamente iconico l'arte diventa trionfo del colore ritmato come una sinfonia musicale. Visitando questa mostra si può rimanere delusi dall' impatto visivo di alcune opere, ora giovanili, ora secondarie, difficilmente ricollegabili all'artista che le ha firmate. Questo discorso vale soprattutto per i dipinti di Monet, di Toulose-Lautrec o di Van Gogh che ancora non testimoniano la straordinaria originalità del loro genio, quanto piuttosto l'affanno e il travaglio di un'autentica ricerca stilistica.


ARTS: FOTOGRAFIA, PRIMO FESTIVAL DI ROMA

22 MAGGIO - 21 GIUGNO 2002: IL CONTRIBUTO ITALIANO ALLA RETE INTERNAZIONALE DEI GRANDI EVENTI DEDICATI ALLA FOTOGRAFIA.

Fotografie: una guerra vicina, una spedizione pionieristica al polo, sguardi visionari su set cinematografici, quotidianità vissute, percorsi sotterranei e viaggi di frontiera. Queste immagini compongono i frammenti di una memoria che si va costituendo, attraverso sovrapposizioni tra percorsi individuali e l'identità collettiva rappresentata dal tessuto urbano. Le immagini fotografiche, nella loro natura dirette ed essenziali, parlano senza  mediazioni a ognuno di noi, in una narrazione sempre aperta. La scelta degli artisti e delle loro opere non è stata compiuta sulla base di una differenziazione tra tecniche e generi, tra stili e modalità espressive, tra "arte" e "documentazione". Essa è stata guidata, invece, dall'emozione della memoria e dall'equilibrio tra documento ed estetica che caratterizza questa nostra epoca densa di contaminazioni culturali.

 FotoGrafia: immagini e segni, parole e suoni. Le diverse forme con cui l'uomo racconta se stesso ed il mondo che lo circonda. FotoGrafia come atto della comunicazione e opera d'arte, come spunto e complemento per altri linguaggi dell'espressione artistica e sociale. Roma, il luogo per eccellenza della storia e dell'incontro tra culture, diventa luogo di produzione culturale, innovativo e contemporaneo. Il patrimonio umano, storico, architettonico e paesaggistico della città sarà la base del Festival. Per un mese, attraversando la città dal centro alla periferia, sarà possibile incontrare i segni di FotoGrafia. Un grande spazio urbano in cui la fotografia qualifica la vita quotidiana di ciascuno.  Oltre 50 mostre in 30 giorni con incontri, cinema, letture e seminari. Più di 100 artisti coinvolti, giovani talenti e grandi fotografi di fama internazionale, tra cui: Wim Wenders, Graciela Iturbide, William Klein, Manuel Alvarez Bravo, Paolo Pellegrin, Ryszard Kapuscinski, Marco Pesaresi, Nan Goldin, Tazio Secchiaroli e Paul Fusco. Molte delle mostre in programma sono delle prime italiane, in alcuni casi si tratta di prime mondiali, con lavori commissionati appositamente per la prima edizione del Festival.

FotoGrafia, le vie del Festival: un asse centrale si snoda dalla Stazione Termini ai Mercati di Traiano (con l'apertura al pubblico di una parte del monumento recentemente restaurata) lungo un percorso che tocca i principali siti del Museo Nazionale Romano (Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo, Palazzo Altemps).  Il cuore della città è coinvolto attraverso musei e gallerie pubbliche: Palazzo delle Esposizioni, Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea, Centro Nazionale per le Arti Contemporanee di Roma, Casa delle Letterature, Museo Andersen. A questi si aggiungono le gallerie private e alcune delle più prestigiose istituzioni culturali straniere, ognuna delle quali presenterà una mostra, inserita nella programmazione del Festival. Una rete nella città porta l'arte e la fotografia direttamente nei luoghi del vivere quotidiano, fino ai confini di Roma. Dal Museo Comunale di Tor Bella Monaca alle Stazioni della metropolitana, al parcheggio Silos in Via Aquilonia, nuovi siti espositivi e riconversione di spazi industriali.  Infine un ricco calendario di eventi e appuntamenti che prevede una rassegna cinematografica con grandi classici e film contemporanei, un ciclo di lectures e performance di alcuni dei grandi artisti presenti, incontri e seminari.

www.festivalroma.it


CINEMA: FANTACINEMA

16 maggio 2002: una data che pone una nuova pietra miliare nel cinema di fantascienza: in contemporanea mondiale verrà proiettato "Episodio II: la guerra dei Cloni", secondo episodio in ordine cronologico-narrativo, quinto come realizzazione cinematografica nell'universo di Guerre Stellari. Per molti Guerre Stellari è LA FANTASCIENZA, per altri è il film che ha avvicinato alla fantascienza, per altri ancora, forse più critici, Guerre Stellari non è che una fiaba patinata che nulla ha a che vedere con questo genere cinematografico. Ma allora cosa è esattamente la fantascienza? Astronavi, ipertecnologia, presenti e futuri alternativi o possibili, visioni ieri non credibili, oggi probabili, tutto questo e altro ancora è la fantascienza, genere di un cinema per anni ritenuto di minor spessore rispetto allo storico o all'avventuroso, eppure con un largo numero di spettatori. Sicuramente negli anni molti "Autori" si sono cimentati nel fantascientifico, a comiciare da Kubrick con "2001: Odissea nello Spazio" a Ridley Scott con "Alien" e "Blade Runner" a Kathryn Bigelow con "Strange Days", ma non ne hanno fatto un punto di riferimento nella loro produzione cinematografica. Di conseguenza questi film si sono ritrovati ad essere definiti "opere", quindi non più legate al genere, ma elementi isolati di arte in un gruppo di prodotti di seconda categoria. Poi nel 1998 "Dark City", film sconosciuto al largo pubblico, ha risvegliato l'interesse di registi e produttori spingendoli a cimentarsi in questo genere investendo grossi capitali. Ecco quindi "Matrix" ed "AI", fumetto e letteratura portati al cinema, "Spider Man" di Sam Raimi, una delle trasposizioni più attese negli ultimi anni, "T3", terzo capitolo della saga dei terminator, sempre diretto da James Cameron, la cui uscita è prevista nel 2003. Ecco quindi il cinema di fantascienza tornare alla ribalta, come fu negli anni quaranta e cinquanta, ai tempi della "Guerra dei mondi" di Orson Welles e di "Plan nine from outerspace" di Ed Wood, quando il cinema ero specchio distorto di una realtà politica, metafora inconscia della guerra fredda, e gli alieni invasori e crudeli erano i russi di oltre cortina. Ma oggi il cinema di fantascienza è solamente finzione narrativa, un modo visivo di distogliere lo spettatore dalla quotidianità, mostrandogli nuovi mondi e nuove realtà, forse neppure troppo inverosimili e sicuramente sempre più vicine al mondo elettronico dei videogiochi, risposta moderna ai fumetti che hanno alimentato la fantasia delle generazioni adolescenziali del dopoguerra.


FUN: VIDEOGIOCHI IN MOSTRA A ROMA

Per passare qualche ora di cultura nel divertimento! Per festeggiare i quarant'anni dalla nascita del primo videogame (Spacewar), al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dal 24 aprile al 10 luglio 2002, è presentata la prima rassegna in Europa dedicata ai videogiochi: PLAY. La mostra, curata da Jaime D'Alessandro e Maria Grazia Tolome, ripercorre l'evoluzione tecnologica e narrativa del mondo dei videogiochi attraverso disegni, immagini, filmati, sequenze di gioco, storyboard, making-of degli oltre 300 videogame che dal 1961 ad oggi hanno fatto la storia dell'industria dell'intrattenimento multimediale. Storia poco conosciuta, visto che i giochi elettronici sono stati per molto tempo considerati puro divertimento per adolescenti inquieti. La mostra è divisa in 6 aree temporali e stilistiche. Ogni area temporale con un carattere ben preciso e un proprio  stile: e videogame principali, game designer e software house. Intorno agli altri giochi, i riferimenti al periodo in questione e le console. Esplorando il mondo dei videogiochi viene alla luce un'altra grande protagonista: la cultura contemporanea, collegata con il mondo dei videogiochi attraverso il cinema, la letteratura, la pubblicità, la televisione e la musica. In più grazie alla presenza di biografie ed interviste di game designer e figure di spicco di questo settore (da Nolan Bushnell a Jeff Minter, da Myiamoto a Kojima, da Sid Meier a Tetsuya Mizuguchi e Sonic Team), la mostra diventa anche contributo per  avvicinare questo mondo, originariamente associato a pochi appassionati, ad un pubblico più ampio ed  eterogeneo.

Palazzo delle Esposizioni: Via Nazionale, 194 - 00184 Roma. Orario: Tutti i giorni ore 10/21 (chiuso il Martedì). La biglietteria chiude alle 20.15. Informazioni: 06 48941230. Costo del biglietto: Intero 7,75 Euro - Ridotto 5,16 Euro.

www.palazzoesposizioni.it


FUN: LE PAROLE DEL GIORNO

La Compagnia Teatro Da Viaggio diretta da Massimiliano Shoko Milesi nasce nel Gennaio 2002, raccogliendo direttamente l'esperienza decennale della Compagnia di Ricerca SEQUENZE, attiva dalla fine del 1991 sino allo scorso 2001. Teatro Da Viaggio si propone uno studio ed un confronto con i linguaggi del Teatro e della Comunicazione Visiva, in modo simile a quello del viaggiatore che sa farsi contaminare da realtà nuove pur mantenendo la propria identità. 

E' l'alba di un giorno normalissimo e … arrivano da un mondo lontano: sono qui per dare una mano al nostro disastrato pianeta… Sono i "Bodhisattva", i nostri angeli custodi. Dovranno capire, prima di tutto, perché i "terrestri"parlino con formule stereotipate, facciano finta di sorridere al proprio vicino, anche quando lo detestano. Ma, soprattutto, corrano, corrano, corrano… sempre, sempre, sempre! I soccorritori trovano gli umani ancora addormentati. Si avvicinano, li scrutano, ma la "macchina terrestre" si sta mettendo in moto… E' iniziato il corso veloce in "luoghi comuni applicati"… I Bodhisattva devono dunque mettersi al passo con ritmi affannati ed irreversibile ipocrisia. Ma se vogliono davvero riuscire ad aiutare l'umanità, devono imparare le "PAROLE DEL GIORNO". Approda così sul palcoscenico, nel cuore di Roma, una parte del cielo sopra Berlino. Come una bomba… carica di parole, ritmi, suoni, colori, immagini riflesse e movimenti coreografici.

TEATRO AGORA': dal 23 maggio al 2 giugno 2002. Via della Penitenza, 33 - Roma. Tel. 06 68807107 . Uno spettacolo scritto e diretto da Massimiliano Shoko Milesi. Con Raffaella Appia', Massimo Zannola e Ilaria Ilari,  Angela Cosentino, Pierfrancesco Botti, Serena De Simone, Daniel Plat e Simone Serini. Impianto scenico: Massimiliano Shoko Milesi. Movimenti coreografici: Raffaella Appià. Costumi: Sartoria A&C.


SPORT: GIAPPONE-COREA 2002... PRIMA LA STORIA!

TUTTE LE EDIZIONI, LE FINALI, I VINCITORI E DELLA STORIA DEI CAMPIONATI MONDIALI DI CALCIO

1900 - URUGUAY. Finale (30 Luglio): Uruguay - Argentina 4-2. Uruguay Campione del Mondo: Ballesteros, Nazassi, Mascheroni, Andrade, Gestido, Fernández, Dorado, Scarone, Castro, Cea, Iriarte. 1934 - ITALIA. Finale (10 Giugno): Italia - Jugoslavia 2-1. Italia Campione del Mondo: Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris IV, Monti, Bertolini, Guaita, Meazza, Schiavio, Ferrari, Orsi.  1938 - FRANCIA. Finale (19 Giugno): Italia - Ungheria 4-2. Italia Campione del Mondo: Olivieri, Foni, Rava, Serantoni, Andreolo, Locatelli, Biavati, Meazza, Piola, Ferrari, Colaussi.  1950 - BRASILE. Finale (16 Luglio): Brasile - Uruguay 1-2. Uruguay Campione del Mondo: Máspoli, Gonzalves, Tejera, Gambetta, Varela, Andrade, Ghiggia, Pérez, Miguez, Schiaffino, Morán. 1954 - SVIZZERA. Finale (4 Luglio): Germania Ovest – Ungheria: 4-2. Germania Ovest Campione del Mondo: Turek, Posipal, Kohlmeyer, Eckel, Liebrich, Mai, Rahn,  Morlock, O. Walter, F. Walter, Schaefer. 1958 - SVEZIA. Finale (29 Giugno): Brasile - Svezia: 5-2. Brasile Campione del Mondo: Gilmar, D. Santos, N. Santos, Zito, Bellini, Orlando, Garrincha, Didí, Vavá, Pelé, Zagalo. 1962 - CILE. Finale (17 Giugno): Brasile - Cecoslovacchia 3-1. Brasile - Campione del Mondo: Gilmar, D. Santos, N. Santos, Zito, Mauro, Zozimo, Garrincha, Didí, Vavá, Amarildo, Zagalo. 1966 - INGHILTERRA. Finale (30 Luglio): Inghilterra - Germania Ovest 4-2. Inghilterra Campione del Mondo: Banks, Cohen, Wilson, Stiles, J. Charlton, Moore, Ball, Hurst, Hunt, R. Charlton, Peters. 1970 - Messico. Finale (21 Giugno): Brasile - Italia 4-1. Brasile Campione del Mondo: Félix, Carlos Alberto, Piazza, Brito, Everaldo, Clodoaldo, Gerson, Rivelino, Jairzinho, Tostao, Pelé. 1974 - GERMANIA OVEST. Finale (7 Luglio): Germania Ovest - Olanda 2-1. Germania Ovest  Campione del Mondo: Maier, Vogts, Schwarzenbeck, Beckenbauer, Breitner, Hoeness, Bonhof, Overath, Grabowski, Muller, Holzenbein. 1978 – ARGENTINA. Finale (25 Giugno): Argentina - Olanda 3-1. Argentina Campione del Mondo: Fillol, Olguín, Galván, Passarella, Tarantini, Gallego, Ardiles, Kempes, Bertoni, Luque, Ortiz. 1982 - SPAGNA. Finale (11 Luglio): Italia - Germania Ovest 3-1. Italia Campione del Mondo: Zoff, Gentile, Scirea, Collovati, Cabrini, Oriali, Bergomi, Tardelli, Conti, Rossi, Graziani. 1986 - MESSICO. Finale (29 Giugno): Argentina - Germania Ovest 3-2. Argentina Campione del Mondo: Pumpido, Cucciuffo, Ruggieri, Brown, Olarticoechea, Batista, Henrique, Giusti, Maradona, Burruchaga, Valdano. 1990 - ITALIA. Finale (8 Luglio): Germania Ovest - Argentina 1-0. Germania Ovest Campione del Mondo: Illgner, Brehme, Khoeler, Augenthaler, Buchwald,  Berthold, Riedle, Littbarski, Haessler, Matthaus, Khoeler, Klinsmann. 1994 - STATI UNITI. Finale (17 Luglio): Brasile - Italia 3-2 (Rigori). Brasile Campione del Mondo: Taffarel, Jorginho, Aldair, M. Santos, Branco, Mazinho, Dunga, M. Silva, Zinho, Romario, Bebeto.  1998 - FRANCIA. Finale (12 Luglio): Francia - Brasile 3-0. Francia Campione del Mondo: Barthez, Lizarazu, Djorkaeff, Deschamps, Desailly, Guivarc'h, Zidane, Thuram, Petit,  Leboeuf, Karembeu.


MUSIC: IL DELICATO GENIO DI CHOPIN

"Musica leggera e appassionata che somiglia a un brillante uccello volteggiante sugli orrori dell'abisso"… (Baudelaire).

Chopin è un genio indipendente e segreto, che si è tenuto al di fuori dei movimenti contemporanei. La sua opera è Romantica per l'audacia della scrittura, classica per il pudore e l'essenzialità. Il mito di cui resta vittima il suo genio, tuttavia, è il più nefasto della storia della musica: l'aspetto gracile e misterioso, l'ispirazione tormentata, il perfezionismo stilistico e soprattutto la tubercolosi, ne fanno il simbolo del peggiore patetismo romantico. Eppure Chopin, per la ricchezza di armonia, l'ambiguità tonale, il sottile gioco cromatico, è un compositore d'avanguardia, in anticipo di mezzo secolo sui contemporanei. Le soluzioni appassionanti, date ad ogni problema tecnico, soprattutto negli Studi (composti dai diciotto ai ventiquattro anni, con inesauribile spirito poetico), basterebbero a farlo definire personalità dominante della storia del pianoforte.

UNA VITA PER LA MUSICA : Fryderyk Franciszek Chopin nasce a Zelazowa Wola, in Varsavia nel 1810. Fin da giovanissimo dimostra le sue propensioni per la musica, e a soli otto anni compone la sua prima Polacca, divenendo famoso dei salotti di Varsavia. Finiti gli studi con i maestri W.Zywny e J. Elsner, nel 1829 suona a Vienna con successo e l'anno successivo parte per una tournèe che lo vede esibirsi a Vienna, a Linz, a Salisburgo, a Monaco e a Stoccarda. Per tale motivo lascia la patria che non rivedrà mai più. Secondo la tradizione, la notizia, pervenutagli, del fallimento della rivoluzione polacca e della caduta di Varsavia, lo induce a comporre lo Studio op. 10 n. 12. Nel 1832 si stabilisce a Parigi: riesce ad inserirsi precocemente nei circoli artistici ed è conteso per le sue doti di musicista e concertista. Fino al 1837 vive un periodo di mondanità, suona ovunque e si esibisce di fronte ai musicisti più famosi come Rossini, Cherubini, Liszt, Berlioz, Bellini, Mendelssohn (con cui fa lunghe passeggiate a cavallo nel bois de boulogne). Conduce una vita da gran signore in un appartamento, arredato con gusto, al n. 38 di Ruè Chaussée d'Antin. Chopin ama questa vita che gli assicura la stabilità economica per poter comporre. Si reca spesso in Germania per far visita a Mendelssohn, Shumann e i Wieck e qui si lega a Maria Wodzinska, ma i genitori della ragazza non le permettono di sposarlo. Nel 1837 inizia una relazione, che durerà 10 anni, con la scrittrice George Sand. Inizialmente non è attratto dalla donna, ma col tempo l'antipatia si trasforma in rassegnazione alla passione. La Sand, invece, è affascinata da questo artista misterioso, che ritiene abbastanza femmineo per rispondere al suo ideale d'amore. La relazione finisce nel 1847. Intanto Chopin è tormentato dall'aggravarsi della tisi. Si reca in Inghilterra, suona a Londra, dove conosce C. Dickens e W. Thackeray, e tiene il suo ultimo concerto a favore dei profughi polacchi. Nel gennaio del 1849 torna a Parigi in pessime condizioni fisiche ed economiche. Muore in ottobre assistito dalla sorella Luisa. Il suo cuore è custodito in Polonia, nella Chiesa di S. Croce a Varsavia.

L'OPERA: "In Chopin il suono del pianoforte si identifica con l'essenza dell'ispirazione: il suo pensiero musicale è intimamente, esclusivamente pianistico." (Riccardo Allorto). Con Chopin la storia del pianoforte giunge ad un fondamentale punto di svolta. Egli fa di questo strumento il maggior confidente, il compagno di una vita. La sua opera pianistica può essere divisa in vari gruppi di composizioni che non seguono uno schema predeterminato, ma il solo corso della fantasia dell'artista. Le 16 Polacche seguono il flusso di una danza aristocratica e l'ardore di un fervido amor di patria. Le 59 Mazurche, composte a partire dal 1820, sono le più vicine ai tradizionali canti popolari polacchi. Vette del virtuosismo sono i 27 Studi (raccolti in tre serie, 1829, 1836, 1840), mentre nei 21 Notturni (1827-46) la musica chopiniana perde ogni riferimento esteriore per trasformarsi in interiorità pura. Quest'opera, insieme ai 26 Preludi (1836-39), per l'immediatezza e l'essenzialità della forma, rappresenta uno degli apici del Romanticismo Europeo. Le 4 Ballate, ispirate dal poeta polacco Mickiewicz, sono la traduzione strumentale di un genere di composizione sino a quel momento legato alla parola cantata. Lo schema prestabilito della forma-sonata pare adattarsi meno alla fantasia di Chopin, legata alla suggestione della libera improvvisazione estemporanea; egli se ne serve nei due Concerti giovanili, e in tre Sonate, una delle quali detta Funebre, per la celebre Marcia che sostituisce il tradizionale Adagio. Inoltre, Chopin si serve raramente dell'orchestra, la cui tecnica conosce solo approssimativamente. Poche le sue composizioni orchestrali: le Variazioni sul duettino, dal "Don Giovanni" di Mozart (1827), la Grande fantasia su temi polacchi (1828), il Rondò Krakowiak (1828), i due Concerti (1829-1830), l'Andante spianato e Grande polacca (polonaise) brillante (1831-1834), l'Allegro da concerto (1841).  La produzione non strettamente pianistica è limitata: 19 Canti polacchi, per voce e pianoforte (1829-47); pezzi per violoncello e pianoforte, fra cui la Sonata in sol minore op. 65 (1847); un Trio in sol minore op. 8 (1828); un Rondeau in do op. 73, per due pianoforti (1828). A queste opere vanno aggiunte: venti Valzer (1827-1848), quattro Improvvisi (1834-1842), quattro Scherzi (1832-1842), il Bolero (1833), la Tarantella (1841), la Fantasia in fa minore (1841), e due capolavori la Berceuse (1845) e la Barcarola (1846).

LO STILE: Elegante, spirituale, riservato, Chopin nasconde la sua grande timidezza sotto un'amabilità indifferente. La sua personalità estetica è condizionata dalla sua attività di pianista, ma il suo stile d'esecuzione non è mai effeminato, anzi, il suo tocco vellutato nasconde un impeto che porta quasi alla violenza. Egli esclude dal suo fraseggio musicale ogni tono declamatorio, e preferisce la fluidità e la morbidezza delle linee all'eccesso ed alla leziosità. La melodia riceve la sua compiutezza sia dagli abbondanti abbellimenti sia dal suo complemento armonico, che con essa fa corpo, precisandone il significato espressivo. Le sue modulazioni tenaci ed impreviste aprono nuovi orizzonti verso l'avvenire, preannunciando Wagner e lo sviluppo dell'armonia moderna, sino a Debussy e Ravel. Ma questo modernismo chopiniano è saldamente legato ai classici: a Bach, principalmente, e a Mozart, al quale Chopin è legato da affinità elettive. Pur essendo ostile al melodramma, Chopin ne è profondamente influenzato. Molte delle sue melodie, infatti, sono traduzioni strumentali di modelli melodrammatici francesi e italiani. Sebbene rifiuti ogni intrusione letteraria nelle sue composizioni, egli è un uomo di cultura aperto e avvertito: questo rende la sua opera una delle più profonde e perfette sintesi dello spirito romantico. 

OLTRE IL MITO: Nella leggenda di Chopin l'immagine più emblematica e fastidiosa è quella del pianista da salotto, tisico, gracilino ed effeminato. Eppure è incontestabile che Chopin sia un uomo di mondo: seducente, buon ballerino, abile nei giochi di società (è un eccellente mimo), un po' snob, riesce a costruirsi, nei salotti parigini, una posizione davvero invidiabile. Conduce uno stile di vita estremamente dispendioso, senza avere mai problemi di denaro. Le sue lezioni sono contese a prezzo d'oro e i contratti con gli autori gli assicurano rendite non indifferenti. In più, se si trova in ristrettezze economiche, provvede a risollevarlo una ricca dama in veste di ammiratrice o di allieva stagionata. Questa vita facile, di cui egli mai si duole, gli permette di non dover compiere lunghe tournèes e di poter comporre in estrema libertà, mantenendo un'ampia cerchia di relazioni sociali. Sebbene questo nuocerà alla reputazione postuma, Chopin, all'apice della carriera mondana, vive il suo momento massimo di felicità.


VISION: PONTI DI ROMA

Il Tevere, silenzioso e discreto, passa quasi inosservato, tra secoli di storia e monumenti, traffico, inquinamento e rumori; e le sue acque ignobilmente sporche. Eppure i tramonti visti dai monumentali ponti che lo sormontano sono incantevoli e solo da quelle postazioni si nota quella luce calda che dona un particolare fascino alla città. Quanta storia è passata su questi ponti, considerati sacri dagli antichi Romani, proprio come le acque del Tevere. I loro costruttori venivano chiamati Pontifices ed avevano funzioni sacerdotali. Il fiume era allora il centro dell'economia, via di comunicazione e risorsa idrica. E la vita si sviluppava in funzione delle sua acque, dalle quali sorsero miti e leggende. 

Passeggiando lungo questi ponti si possono cogliere antiche atmosfere e ridare al fiume l'importanza che gli spetta. Protagonista e testimone di grandi eventi storici, il più antico costruito in muratura, ecco Ponte Milvio con il suo torrione costruito nel 109 d.C. dal censore Emilio Scauro, aveva un ruolo militare strategico, essendo situato nel punto d'incontro delle vie consolari Flaminia, Cassia, Clodia e Veientana. Del periodo romano sono il Ponte Fabricio, del 62 d. C. che congiunge l'isola Tiberina con la riva sinistra del Tevere e il Ponte Cestio, che la congiunge l'altra sponda. Entrambi servivano da attracco ai mulini galleggianti. Il Ponte Emilio, detto Ponte Rotto, conserva pochi resti della sua struttura originale. Ponte Sant'Angelo, del 126 d.C., fu costruito per ordine dell'Imperatore Adriano per accedere al suo Mausoleo. La leggenda vuole che Papa Gregorio Magno nel 600 diede l'attuale nome al ponte dopo avere visto un angelo riporre la spada nel fodero, per significare la fine dell'ira divina e, quindi, della peste. E' indubbiamente il più maestoso e rappresentativo ponte della città. Di origine più recente sono gli altri numerosi ponti, come Ponte Sisto, costruito nel 1475 da Papa Sisto IV, con Quattro arcate ed un grosso foro centrale, che aveva il compito di indicare ogni piccola variazione del livello dell'acqua.

Ponte Garibaldi: del 1888; in quegli anni, con i suoi 120 metri, era il terzo ponte più lungo al mondo, dopo i due sulla Senna.  Ponte Mazzini: degli inizi del ‘900 unisce via Giulia con Via della Longara, dove si trova il carcere di Regina Coeli.  Ponte Vittorio Emanuele: dedicato al primo re d'Italia è del 1911 ed è lungo 108 metri. Collega Corso Vittorio Emanuele con San Pietro e le statue simboleggiano la Vittoria, l'Unità d'Italia e la libertà.  Ponte Principe Amedeo unisce piazza della Rovere, sotto al Granicolo, con il Lungotevere dei Fiorentini, lungo 110 metri, fu costruito nel 1942 e dedicato al Principe Amedeo di Savoia, morto in combattimento ad Amba Alagi.  Ponte Umberto I, progettato dall'architetto Vescovalli nel 1895, è circondato da palazzi monumentali: a destra il vecchio Palazzo di Giustizia (Il Palazzaccio), a sinistra il Museo Napoleonico, il Tribunale Supremo  militare e l'antico albergo dell'Orso, dove soggiornarono personaggi storici come Dante Alighieri, Rabelais, Montaigne e Goethe.  Ponte Cavour, anche'esso dell'architetto Vescovalli, risale al 1902. Parte da Via Cavour fino ad arrivare a Via di Ripetta, dove sorgeva il celebre porto.  Ponte Regina Margherita, dedicato alla Regina Margherita di Savoia, del 1891, lungo 103 metri unisce piazza del Popolo al quartiere Prati.  Ponte Duca D'Aosta, elegante e moderno, fu ideato dall'architetto Fasolo nel 1942, in onore del Duca Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, lungo 220 metri e largo 30, si trova tra il quartiere Flaminio e il Foro Italico. Ponte Risorgimento, in cemento armato, con un'unica arcata, è rivestito in pietra simile al travertino, fu inaugurato nel 1910 e dedicato a coloro che lottarono nelle guerre di Indipendenza.


VISION: OMAGGIO AD ALDO FABRIZI

"Se potessi io fonderei una grande associazione per eliminare i malintesi tra gli uomini e combattere l'orgoglio e la presunzione; così con un po' di buon senso, di semplicità vera e di simpatia, la vita sarebbe più facile per tutti." (Aldo Fabrizi)

Un leggio, uno schermo, sul fondo la tonaca di Roma città aperta e il frack della macchietta Lulù: uno spazio scenico che accoglie la voce di Aldo Fabrizi, la sua immagine, le poesie, le lettere, le barzellette. Cielo Pessione Fabrizi (la nipote, figlia della figlia), rivela spunti e approfondimenti inediti. Per scoprire ancora un uomo carico di sogni, delusioni, rimpianti, ma soprattutto ironia, generosità; ed un'arguzia tipicamente romana. Popolare, attore comico e drammatico, autore prolifico, dal corpo grosso e dagli occhi inconfondibili. Malinconico ed esilarante e, sempre, un grande amore per Roma che si esprimeva in quel parlare e scrivere in dialetto e nel coltivare, da sempre, la passione per la cucina più semplice e schietta che riversava nelle poesie e nei sonetti gastronomici. Un simbolo della città.

I GIORNI E GLI ANNI : 1 novembre 1905: nasce a Vicolo delle Grotte 10, primo figlio di Giuseppe, carrettiere di Campo de' Fiori, e Angela Pietrucci. 1916: muore il padre. Aldo Fabrizi smette di studiare e comincia a lavorare per aiutare la madre, che apre un banco di frutta al mercato di Campo de' Fiori, e le 5 sorelle, tutte più piccole. 1928: debutta nella Filodrammatica Tata Giovanni, nella Compagnia Romanissima Rugantino, ne "La Pace de la casa", commedia brillante in due atti di Arturo Durantini nel teatrino di Piazza Grotta Pinta 19. Fa parte della redazione del giornale Rugantino e scrive poesie dialettali che pubblica quasi quotidianamente. Pubblica Lucciche ar sole, raccolta di poesie in romanesco. Debutta con il monologo "Er foco" al Cinema Romano (oggi Farnese). 1931: nella serata del 24 giugno, per il Festival delle Canzoni di San Giovanni, Fabrizi declama "Ner 2000" per un'improvvisa indisposizione di Miscel (figlio di Gabré), che avrebbe dovuto interpretare il monologo. Comincia così la sua carriera di attore di teatro e avanspettacolo che lo porterà nei teatri di tutta Italia oltre che a New York (1938) e in Somalia (1939). Sposa Beatrice Rocchi, in arte Reginella, nota cantante di varietà. 1945: Interpreta la parte di Don Morosini nel film "Roma città aperta" di Roberto Rossellini.

CARO NONNO: Caro Nonno, omaggio ad Aldo Fabrizi, di Cielo Pessione Fabrizi. Sabato 11 maggio 2002, Sala dello Stenditoio, Ministero dei Beni Culturali, Via S. Michele 22, Roma. Supervisione: Carla Cassola. Accompagnamento musicale: Sonia Maurer.


VISION: UNA PASSEGGIATA CHIC A VILLA BALESTRA

Villa Balestra, situata in Via B. Ammannati, 21, nel quartiere chic di Roma, potrebbe essere considerato il giardino "privato" dei Parioli. Collocata su una sporgenza dei Monti Parioli, si estende per circa un ettaro e mezzo. E dalla villa si può ammirare una delle vedute più belle di Roma. Storicamente il  nome Balestra appare per la prima volta nelle carte dell'Istituto Geografico Militare. Nel 1928, una parte del parco è stato salvato, rendendolo pubblico. Con una chiacchierata all'aria aperta o una sosta al bar (che prende il nome della stessa villa), Villa Balestra è punto d'incontro preferito per un aperitivo o una bibita fredda durante la stagione estiva. Accanto al bar è stata attrezzata anche un'area per bambini, dove le famiglie possono far divertire i loro piccoli... respirando un po' di aria fresca.